La conclusione giusta

Vedere una conclusione 'giusta' è al massimo un impulso moralistico. Sembra di sentire l'esclamazione tranquilla di coloro che da lontano dicono "E' stato meglio così". Tu sciami all'uscita dal cinema e senti ragazzi che sottolineano il finale dicendo che 'è stato giusto così'. Ti domandi sulla base di quale criterio affermino questo. Se sapessero magari che il regista ha lottato per imporre quel finale alla produzione (vedi 'Il sorpasso') non lo direbbero. Se sapessero che il regista girò tre finali (vedi 'Fatal Attraction') non lo direbbero. In quei casi la conclusione è solo una scelta, dettata da considerazioni di identità dello spettatore stesso. Al momento di girare pensavano, anche loro. Se facessimo terminare la storia così, daremmo un trauma al pubblico, oppure Ma come fai a far passare come verosimile quella conclusione?
Intorno alla conclusione di qualcosa, ronzano idee le più disparate tra quelle che voi potreste attribuire (sia agli uomini sia al fato). Eccoci dunque entro uno dei temi più scottanti e impenetrabili di tutta la storia umana. 'Concludere', apparentemente, non avrebbe misteri dal punto di vista linguistico. Chi conclude una cosa la termina in quanto non la riprenderà più. Correlativamente, una cosa si conclude quando non ha più luogo davanti agli occhi di chi vi assiste o la concepisce. Detto così, potrebbe essere il concetto più semplice di tutti. Ma basterebbe pensare al momento in cui l'altro ti ha detto una cosa grave, che ha ucciso il discorso. In cuor tuo, dentro di te, hai pensato: "Basta. E' finita!". E come vedete, l'idea qui ha anticipato la discesa effettiva del sipario. Per farla concludere, avresti comunque dovuto dirglielo in seguito. Per te era già finita in quel momento, ma tutti considerarono la relazione conclusa soltanto in seguito. Cosa arguirne? Il pensiero più logico è che esista anche una conclusione 'in rebus', a prescindere dal fatto che gli occhi o una telecamera la registrino. Le cose finiscono quando devono finire, anche a prescindere dal tuo intervento.
Ancora: pensate a una persona che scompare, e non viene più trovata. Qual è la sua effettiva conclusione, se non siamo nemmeno certi che essa sia morta o dove essa risieda se è ancora tra noi? Insomma, non sempre la conclusione avviene quando noi la vediamo o la registriamo. Quando siamo noi a darla, poiché dipende soltanto da noi, è quella. Quando a darla è uno sviluppo degli eventi non voluto da noi, può aversi uno sfasamento tra realtà e osservazione della realtà stessa. La lingua stessa ci fa parlare di cose 'nate bene' o 'nate male', volendo significare che perfino il modo di far nascere ha qualcosa a che fare con il modo di vederle poi morire. E certamente, un vasto apporto di magia governa da sempre anche le nostre vicende. Ma possiamo dire che il mondo comunque non è un recinto fatto di sola magia. Ciò che si conclude ha un motivo soltanto nel fatto che i soggetti da cui la conclusione stessa dipende hanno parlato o agito in un modo che ha fatto terminare le cose. Inutile dire: "Me lo aspettavo. Non poteva durare". Queste sono frasi che, se prive di sogni e premonizioni, si rivelano vuote e inutili. Le persone, comunque, l'avevano fatta iniziare. Che terminasse, non era scritto. O sì? Ecco un tema affascinante. Vi entrerò, dando decine di esempi.

La conclusione ci pone davanti a una calata di sipario. Pochi vi riuscivano, un tempo. Oggi, se non sono sacerdoti, in tanti lo fanno come esercizio normale. Però c'è sempre un minimo di impatto sul proprio sé. Domani mattina ti svegli che non hai più quella donna al tuo fianco, o in un appartamento diverso. Alle 19.15 non sei più davanti allo schermo, sul quale vedevi scorrere le immagini del film. Il film si è concluso: tu eri talmente assorto e interessato che quasi ti secca immergerti nuovamente nella realtà. E' come se la fiction ti avesse stregato. Guardate come Woody Allen esce dal cinema, all'inizio di 'Play It Again, Sam'. Sembra quasi incapace di ri-adattarsi alla realtà della vita. Oggi molti sono talmente presi dalla fiction televisiva o cinematografica che quando si tratta di andare a comprare il pane si vergognano. Correlativamente, la gente si stupisce se vede Sharon Stone acquistare un paio di bibite al super-market o l'autore di Memoriale andare a fare la spesa (?).
Questo vuol dire che la fiction ha comunque dei confini rispetto alla vita stessa. Se però non siamo forti, rischiamo ogni volta di confonderle e così la conclusione dell'una (fiction) non si realizza pienamente, nel momento in cui attraversiamo le strade della città dopo la visione del film. Quelle immagini ci restano ancora in testa. Una conclusione perfetta esigerebbe anche uno 'stacco' perfetto. Se una persona scompare da un ufficio, i colleghi sono portati a non apprezzare quel gesto perché lo considerano irresponsabile. Eppure il Testo Unico del Pubblico Impiego non è una struttura del nostro cervello. Ecco dunque che si registra un primo sfasamento essenziale:
In molti casi, il fatto di non poter decidere noi il momento in modo autonomo è un limite che ci viene imposto
Loro scrivono una legge che dice: "Se vuoi terminare con noi, devi scrivere e firmare un foglio di dimissioni attendendo poi che il capo-ufficio ti dia l'OK". Una cosa poco piacevole, perché in questo modo la tua volontà viene coartata da un sistema con la conseguenza che non sai nemmeno se puoi arrivare a quella conclusione. Diciamo allora che i casi in cui la conclusione dipende interamente da te sono gli unici che trovano una sincronia tra realtà interna ed esterna. Pensate a un ospite di un programma Tv che abbandona improvvisamente lo studio per protesta. Questo è un evento divenuto molto frequente negli ultimi 15 anni. La frequenza di questi casi fa pensare appunto che gli uomini diventino sempre più autonomi, volendo anche decidere da sé una conclusione che non sarebbe 'sulla carta'. O pensate ancora a due signori che abbandonino un ristorante sostenendo che le posate manchino di pulizia o che i cibi siano mal conservati. Una naturale legge di cortesia o di conservazione avrebbe magari richiesto che essi consumassero l'intero pasto comunque. Invece, ritenendo che la cosa li esponga a un'indesiderata indecenza, i clienti di un ristorante vanno via ugualmente. FAQ. A te è capitato? Certo. A me son capitate entrambe le cose. Sia scomparire da un ufficio, sia andar via da un ristorante. Due atti motivatissimi (e nel primo naturalmente i colleghi non compresero). Il secondo mi è accaduto solo tre o quattro volte in tutta la vita. Se mi accade, però, non è per il cibo. Per esso, io tendo anzi ad osservare quel minimo di cortesia che mi porta a restare nel locale fino al dessert. Mi è capitato invece per un motivo inerente al servizio.
La conclusione di qualcosa, se deriva interamente da un nostro atto deciso in piena autonomia, equivale a una cessazione di contratto. Io avevo sottoscritto con te un'intesa orale e tacita secondo la quale avrei consumato il tuo pasto pagandoti il corrispettivo. Ora, dopo che tu ti sei comportato male, disdico il contratto e me ne vado. Se invece quella cessazione dipende dall'intervento contemporaneo di altri, noi possiamo soltanto deciderla dentro di noi o pensarla. Soltanto il consenso di un'altra persona la renderà valida.

Nel campo delle relazioni, nessuno ci obbliga e dunque siamo pienamente liberi. Intervengono però considerazioni etiche oppure di proiezione nel tempo. E i figli? Hai pensato ai tuoi figli? oppure Ma le daresti un dispiacere troppo grande. Niente, nemmeno qui possiamo decidere in santa pace una separazione, con dipartita dal tetto coniugale. C'è chi rivolge a noi stessi considerazioni che riguardano la nostra vita, come avessero un osservatorio esterno molto qualificato. Non è possibile comprendere come un altro possa valutare da fuori una nostra separazione, decisa naturalmente prima del tribunale. Si intromettono e, parlando con l'uno o con l'altro, affrontano loro stessi la questione come se poi fossero loro a dover fare l'amore con la vostra donna. La conclusione, essendo dentro la nostra testa, difficilmente può essere percepita da un altro. Guardate, ad esempio, come si comporta Hoffman quando si separa da Streep in Kramer vs.Kramer. Inizialmente continua a domandarle perché mai abbia deciso quello. La primissima domanda è "Stai scherzando?". Ecco un altro caso in cui la realtà di una conclusione non viene accettata, se non è appunto un momentaneo tuffo nella finzione. La lunga assuefazione di due coniugi, in genere, ha portato tutta la società a pensare che essi dovrebbero comunque continuare anche nel caso in cui uno dei due abbia motivi legittimi per andar via. Ma che peccato, dicono in tanti. Se ci pensate, qui la mente non arriva a comprendere che una società con una presenza soltanto di coppie bene affiatate e durevoli non esisterà mai. Anzi, la separazione di una per far unire un coniuge a un'altra persona potrebbe essere proprio lo sbocco più naturale per fare trovare a quel coniuge (di un matrimonio non indovinato) il suo partner ideale. Eccoci dunque a un altro sfasamento
In molti casi, i valori potenziali di tutti non corrispondono minimamente a quelli effettivi del singolo

Questi esempi danno già l'idea di una presenza molto imperfetta della conclusione, nella nostra società. Non abbiamo una cultura della conclusione, e così la maggior parte si fa prendere da note moralistiche e perfino di rimpianto. Voi provate a domandare a un uomo di media intelligenza di 65 anni di scrivere questa pagina. Egli non vi riuscirebbe, perché non arriverebbe a vedere la conclusione come un fatto da analizzare con distacco. Secondo la maggior parte degli esseri umani, concludere una cosa che dipende solo da noi è un fatto molto contingente e basta. Loro pensano: "Era in una fase di crisi e di depressione, e l'ha fatta finita". In verità, non è mai così. E non è nemmeno 'farla finita'. Se in quel momento esistevano giustificati motivi per concludere vuol dire anche soltanto che la persona intendeva passare ad altro, magari per trasformare la sua vita. In quel momento, se è intelligente, non penserà a chi sta lasciando ma semmai a chi sta per incontrare. Una mentalità costruttiva è sempre proiettata verso il futuro. FAQ. Però qualsiasi società è basata su un principio di conservazione, per quanto possibile, dell'istituto matrimoniale. E dicendo questo ci accorgiamo appunto che non esiste nel diritto alcuna considerazione per una visione più costruttiva. Prenderete come esempio i due casi da me analizzati, riguardo a 'Forum'. In essi, i due giudici rifiutano a un uomo una separazione dalla moglie. E' come se dicessero a lui: "Noi, che pure potremmo dartela, non te la concediamo perché pensiamo che tu faccia bene a restare ancora con tua moglie (che non te l'ha data lei per prima)". Anche questo è terribile. Cosa ne sanno? Ulteriore sfasamento:
In molti casi, l'ordinamento giuridico pensa di proteggere qualcuno e invece ricaccia le persone nel passato

Quando la conclusione ci viene 'negata', passiamo uno dei peggiori momenti della nostra vita. Una persona che vuole una conclusione che altri non le concedono è come un animale ferito e represso, umiliato nella dignità della propria autonomia. Pensate anche a un capo-ufficio che rigettasse una istanza di dimissioni da parte di un dipendente. Quello non potrà andare via, nemmeno se avesse interessi sovrastanti. Certo, qui comincerebbe a comparire la domanda che ha ispirato la pagina. E' giusto che quel dipendente vada via dall'ufficio? Non avendo una risposta pronta o liberamente discutibile, restiamo pur sempre in un campo di autonomia del singolo e tutti sappiamo che in esso ciascuno è libero di fare i contratti che crede. Se egli va via, non dev'essere una cosa giusta. E' soltanto un suo diritto, che a lui spetta liberamente di fare valere.
L'istinto che porta alla conclusione, nella maggior parte dei casi, ci fa ritenere di non poter proseguire quella cosa. Potrebbe essere una debolezza, ma in tanti casi si rivela una forza. Non riuscendovi in tanti, siamo costretti a concludere che ci voglia anche un pochino di coraggio a farlo. Sappiamo anche che chi non ha quel coraggio sarebbe sempre portato a trincerarsi dietro uno scontato: "Gli impegni richiedono costanza e dedizione". Si ha qui l'impressione di sentire quei sacerdoti che parlano sempre di missione. Essi non comprenderebbero che tenere in piedi un matrimonio sbagliato è solo autolesionistico. Se essi stessi fossero stati più intelligenti, avrebbero saputo consigliare all'inizio in maniera da non far sposare (non eliminate il 'far', vedi Grammatiche) due persone poco adatte alla convivenza. Dire dieci anni dopo che i due debbano continuare non è né una prescrizione biblica né un'idea intelligente.
FAQ. Qual è una regola, se c'è, che governa una possibile conclusione alle visite? Le visite, che facciamo in casa altrui, sono come una grande cortesia che ci facciamo reciprocamente. Purtroppo, cominciano a calare. Oggi le persone si incontrano fuori, ma molto più raramente dentro casa. Questa materia è una delle più tabù. Quando qualcuno ci invita, la conclusione della visita non è data da una legge interna o esterna. Dicendo che l'invitato è libero di andar via quando vuole, diremmo un'ovvietà. In realtà, se va via troppo presto è come se tenesse in scarsa considerazione la visita stessa e il padrone di casa, ma se va via troppo tardi diventa un seccatore. Ecco dunque uno dei pochi campi in cui la conclusione ha davvero un possibile argomento che la fa 'giusta' nel senso di 'tempestiva' o 'opportuna'. La conclusione di una visita è giusta quando è normale pensare che andar via in quel momento sia la cosa migliore per entrambi (invitato, e padrone di casa). Saper cogliere, quale sia questo momento, non è cosa facile e indica proprio il savoir-faire della persona invitata. E' una materia su cui si potrebbero scrivere migliaia di libri. L'esistenza di un serie di formule di cortesia rende la cosa 'adattabile' alle varie circostanze. A me colpisce che uno dei gesti più in uso tuttora sia dare una leggerissima guardatina all'orologio. L'invitato, in un attimo di pausa o di scarso interesse, scosta leggermente il polsino della camicia e fa vedere di guardare l'ora (cosa che invece non succede, poiché egli appunto si limita a fare quel gesto mostrandolo all'esterno). Gli altri dovrebbero capire: "Aldo si è accorto che è tardi". Difatti, la persona stessa usa emettere frasi di circostanza o addirittura semplici monosillabi. Ci sono molti che con un 'Bah...' o con un 'Beh...' (sottinteso: me ne vado) dicono al padrone di casa che forse sarebbe meglio concludere. Cose simili si fanno anche al termine di una lunga conversazione telefonica. Si trova anche naturale dire "Si è fatto tardi", come se quella sera l'orologio fosse andato più veloce che in altre serate.
FAQ. Negli studi? Per gli intellettuali non esiste mai, una conclusione. Si legge e si studia fino all'ultimo dei propri giorni. Meno sei intelligente, più seguirai la regola generale della 'scuola dell'obbligo'. Se non ti andava, appena possibile getterai i libri nella pattumiera e andrai a lavorare in un campo che ti permetta di guadagnare.
FAQ. Una domanda che i tuoi lettori si sono posti. Perché Memoriale si concluse con la pagina 'Return', ai primi di maggio 2003? Ero tornato dal Canada, con la sensazione di dover dare una svolta. Fuori non potevo pretenderlo, perché domandare alle Chiese di terminare dopo appena due anni di pressione era umanamente impossibile. Così pensai di dover terminare le mie pagine sulla materia sacra. Naturalmente, non resistevo a smettere proprio di scrivere e così decisi per una soluzione 'a metà strada': concludere il Memoriale vero e proprio, ma non smettere di scrivere su fatti di attualità. Oltre a questo, congiurò un fatto concomitante. La difficoltà con cui avevo un approccio allo schermo, per via di un ritorno di miopia, mi fece pensare che non era il caso di continuare. E così, in un bel momento di Luna Nuova, decisi di finirla lì. Dopo quel momento, tante pagine vennero chiamate 'post-qualcosa'.
FAQ. Grammatiche ha avuto una conclusione? No, perché è un'opera diversa. Qui il lettore deve avere in mente la singola natura di un complesso di pagine a tema. Se io faccio una grande rivelazione, questa poi ha una conclusione. Io dirò: "Ecco, vi ho rivelato quello che dovevo rivelarvi". Se invece scrivo un'opera di analisi, anche se innovativa, l'opera pubblicata sul Web non ha un vero e proprio momento finale. Neppure dopo che esaurii le pagine che vedete sull'indice di Grammatiche avrei potuto dire: "Ecco, ho finito".
FAQ. Che legge potremmo trarne? Beh, una legge molto interessante. Si conclude ciò che ha un capo e una coda. Ciò che è sempre aperto, perché non ha una chiusura naturale, non si conclude. Prendiamo queste pagine. In teoria, io potrei dire alla fine di ciascuna: "Ecco, la pagina è conclusa". In realtà, non lo dico nemmeno per esse. Basta pensare che nella maggior parte vi ritorno con modifiche successive. In generale, quando scrivi, si conclude qualcosa che tu non tocchi più. Quella cosa rimane lì. Se ci ritorni, non era conclusa. Pensate anche a una storia con un partner. Se ti viene da ritornarci, vuol dire anche qui che non avevi avuto una vera conclusione.
FAQ. Che effetto fa nella mente dell'autore? Che differenza c'è tra un'opera conclusa e una ancora modificabile? La prima è come un quadro che tu guardi all'interno di un museo. La seconda è come un quadro che tu hai a casa, sul quale continui ancora a fare dei ritocchi.
FAQ. Ma su Grammatiche quasi tutte le pagine sono immutate da circa un anno o un anno e mezzo. Sì, ma questo non significa che sia un'opera archiviata. Memoriale viene servito, oggi, come faremmo con un libro pubblicato in libreria. L'opera è quella. Il fatto che io non abbia modificato più pagine di Grammatiche è invece una questione diversa, che potremmo addebitare a un semplice spostamento di competenze. Se mi sono trasferito su monni.info, è qui che si è concentrata la mia attenzione. Ma un giorno, nemmeno troppo lontano, vedrete Grammatiche in modifica perché si tratta di una cosa tipicamente proiettata nel futuro. Memoriale invece serviva principalmente a porre una pietra sopra uno scenario anacronistico.
FAQ. Un'opera che si conclude lascia anche sensazioni personali? L'autore la guarda come la guardano gli altri. Una esperienza di quell'epoca, appartenente a quel periodo. Non ci torno spesso. In questo sono come quei cantanti che 30 anni dopo non tornerebbero, nemmeno se pagati, a riascoltarsi su vinile. Quando mi capita di segnalarla, faccio precedere il mio invito da un ovvio "Non spaventarti". E poi basta.
FAQ. E se ti domandano cose specifiche? Rispondo. Ma più me ne domandano, più significa che ne hanno capito poche. La cosa, insomma, non mi entusiasma. Spesso, negli ultimi 5 anni, mi è capitato di fare discussioni di logica in treno. E' in quella sede che l'idea di avere 'big' in circolazione nel campo della cultura ha cominciato a rifluire nella mia testa.
FAQ. Torniamo alla conclusione. Tante pagine tue parlano proprio della incapacità di darla. Dandola si vive meglio? Se la conclusione viene da sé, non puoi non darla. Tu esaurisci una rivelazione, e terminate le due eventuali ore di dibattito, i tecnici in studio mandano la sigla finale. Tutti si sciama a casa. Chi aveva preso calmanti è rimasto calmo al pari di chi non li aveva presi. Se la conclusione non viene da sé, e dipende soltanto da me, non saperla dare sarebbe sintomo di debolezza. Mi vergognerei. Sarei come un amante che immediatamente dopo averlo fatto dice: "Dai, riprendiamo a farlo". Non vado in replica.
FAQ. Quando si conclude però l'aria di chi lo fa spesso è più mesta che lieta. Ma non è un fatto di allegria o tristezza interiore. Io non mi faccio prendere da queste cose. Riprendo a vivere con altro. Se dò una conclusione, per me è giusta. Se la dessi in anticipo, forse sarebbe ingiusta per chi mi legge. Ma dopo averla data, è davvero 'tutto finito'.
Pagina pubblicata originariamente l'8 settembre 07 sull'INFO dell'autore - Ripubblicata su questo sito, leggermente ridotta, il 25 ottobre 2009